Ai tempi della crisi c’è voglia di acquisti responsabili. Chiude, infatti, con un +20%
di biglietti staccati “Fa la cosa giusta”, il salone del consumo critico e dello sviluppo sostenibile The Machinist
dal 13 al 15 marzo. Ben 50mila visitatori
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Where the Heart Is full
Un dato che possiede in sé preziosi spunti di riflessione, anche per le imprese che, fino ad oggi, non si sono mai confrontate con bilanci sociali e tematiche green.
In effetti, il crescente interesse verso stili di vita responsabili svela un modello di consumatore più attento, e non solo al portafoglio. Se la crisi ha raffreddato la libido da shopping e gli acquisti sono più meditati, non è solo a motivo di una necessaria tendenza al risparmio. Il tracollo dell’economia, dovuto a rapacità finanziarie inevitabilmente corollate da disparità sociali, ingiustizie e squilibri, ha indotto i consumatori a recuperare i valori più autentici della convivenza civile. Se, fino ad oggi, il cittadino aveva, in un certo senso, delegato l’azienda a produrre beni e benessere, oggi vuole riappropriarsi di questi concetti per meglio definirli. Il nuovo sentimento comune indica che non è il consumo in se stesso a garantire serenità e stabilità, anche economica, ma il rispetto dell’ambiente e la giustizia sociale. Con questo, non si ritornerà certo ad un sistema di sussistenza, né spariranno le aziende: ma certo avranno maggiori possibilità di sopravvivenza quelle che, di questa emergente consapevolezza etica, avranno fatto una bandiera.
Dunque è necessario che le imprese si sintonizzino sull’onda della sensibilità collettiva. Come? Ci permettiamo di offrivi qualche suggerimento.
Innanzitutto, una lampante conseguenza di quanto argomentato: se l’azienda è o si scopre “etica”, anche solo per un aspetto, deve farlo sapere. Come spesso ribadiamo, per il mercato esiste solo ciò che viene trasmesso attraverso un messaggio. Al contrario, ciò che non viene annunciato resta sconosciuto. Quindi, in tempo di crisi, la comunicazione non deve sparire: al contrario, va ripensata sotto il profilo dei contenuti, valorizzando ciò a cui i consumatori si dimostrano più sensibili.
Anche perché - e qui emerge una seconda indicazione - è lo stesso consumatore a chiedere di essere opportunamento informato. Di conseguenza, da inerte bersaglio del messaggio pubblicitario, l’acquirente, effettivo o potenziale, si propone di dialogare alla pari con l’impresa, chiedendo informazioni, offrendo suggerimenti e, anche, criticando apertamente. Una tendenza, questa, in atto da tempo e della quale avevamo già parlato in questo blog, nel post: “Il consumatore italiano? E’ multicanale”
. Ne consegue che i mezzi di comunicazione che meglio si prestano a soddisfare questa esigenza vadano considerati come prioritari: internet, in particolare, si impone progressivamente come piattaforma privilegiata dell’incontro tra impresa e mercato.
In conclusione: la crisi non implica, per le imprese, uno sfiduciato abbandono alle tempeste economiche in paziente attesa della prossima bonaccia. Al contrario, è un’opportunità di rinnovamento che chiede di essere accolta. Anche attraverso un intelligente ricorso alla comunicazione.
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